CHE RUMORE FA LA FELICITA’

In principio c’è il pallone. La felicità è sempre in differita. Capisci di essere stato felice, non di essere felice. Perché la felicità, quella vera, non è facile da portare dentro. Ti costringe ad essere sempre te stesso, anche quando sarebbe più comodo essere o fingere di essere ciò che non si è.  La felicità è una condizione “estenuante”. Non appartiene a nessuno. Siamo noi che apparteniamo a lei. Felicità di pensiero quando pensiamo,felicita sincera, salutare; qualche volta si deve avere anche quando rimaniamo in silenzio ad ascoltare le persone sagge o il vento che soffia sugli alberi. La felicità è un momento più o meno lungo di passaggio, come un tramonto d’estate. Quando la luce inizia a cambiare, il mondo si trasforma e i contorni sfumano. Nulla è più completamente visibile, pur non essendo ancora ombra nella notte. Che la felicità si costruisce sulla felicità, perché se non ha radici è effimera; una volta persa, non la ritrovi più. Se invece è radicata nel tempo, allora può anche darsi che venga soffocata per un periodo di tempo, che qualcuno  tenti di ridurla in “cenere”, ma poi tornerà sempre a vegetare, rigogliosa più di prima. La felicità è in realtà una cosa semplice, perché è tutta nell’ascolto della saggezza. La saggezza attira. Come insegna il Piccolo Principe: l’essenziale è invisibile agi occhi, finchè non lo vedi con il cuore. E’ un gioco tinto quello dei ricordi, nel quale finisci quasi sempre col perdere, ma qualche volta anche col vincere. I ricordi abbelliscono, sono fantastici perché aggiustano il passato. Lo sistemano, lo addolciscono. Lo colorano con la patina del tempo.   Un istante di felicità ripaga mille pieni di affanno, altrimenti chi desidererebbe vivere? Il ricordo delle pene superate è un piacere, è la felicità, diceva Goethe. Non si può far altro che rimediare all’errore, cambiando il corso del fato e ritrovando Itaca. Nel calcio circola la vita, “una lastra di nebbia come nei giornali, tra gli alberi”. A volte ti aggiri come sui canali di Amsterdam in un giorno d’inverno. Freddo artico, luce come se non avesse pulviscolo. Altre ad osservare partite e talenti, come si va a Broadway a rivedere Cats. Non per scoprire qualcosa di nuovo, ma per ritrovare qualcosa di ben conosciuto e sempre appagante. E quando ti ritrovi con un sorriso catartico sulla faccia, rapito dalla bellezza della rappresentazione, nella più assoluta indifferenza al risultato della partita, capisci definitivamente di essere uscito dall’orbita dello sport, e di essere entrato in quella dell’arte. La felicità di vivere in una festa mobile  come nella Parigi di Hernest Hemingway. A volte il vincitore è semplicemente un sognatore che non ha mai mollato. La felicità assomiglia a una montagna altissima, e per raggiungerla ci vuole la luce del sole, che si muove lento tra le nuvole, slanciato e indifferente come una giraffa. E per quanto ferva la lotta, scegli sempre la strada in salita, è quella che ti porterà alla felicità. Si riparte sempre. Ogni volta. Come scrive Kundera: “Non c’è niente di più bello dell’istante che precede il viaggio, l’istante in cui l’orizzonte e la felicità del domani vengono a renderci visita, e a raccontarci le loro promesse. Vince sempre chi regala sogni. Come i filantropi: aiutano gli altri ad essere felici. E stavolta il pallone è solo un mezzo. La strada per Menfi e Tebe passa per Tikrit. C’è in Pindaro? Devo domandare…

C.C.     

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