Colpa di Allegri: la Juventus contro il Real Madrid ha raccolto quanto ha seminato nel 2018. Questo è il risultato di essersi accontentati del minimo

Mi dispiace, ma dire “il Real Madrid è più forte e si sapeva” non è sufficiente. Non per la Juventus. E non valgono nemmeno le solite pappardelle sull’inferiorità del calcio italiano. Troppo facile rifugiarsi nelle scuse quando conviene, e poi esaltarsi nella vittoria.
Questa è la stessa Juventus che se la giocava alla pari con il Real Madrid di Ancelotti e il Bayern di Guardiola, e che aveva il carattere di mettere paura al Barcellona dei Fantastici Tre. Nessuno ha chiesto alla Juve di vincere per forza, nessuno è così pazzo, ma ancora una volta ha sbracato contro un avversario più scaltro, non solo più forte.
Ed è proprio questo il punto: se Cristiano è un alieno che i suoi gol se li va a prendere in cielo non ci puoi fare niente, ma se ti mettono sotto sul piano dell’intelligenza, della elasticità mentale, e allora è solo colpa tua.
Anche perché ti era già successo. Poco tempo fa. Con lo stesso avversario. E hai proclamato ai quattro venti che avevi appreso la lezione. Proprio come avevi sbagliato atteggiamento entrando nella finale. E la sublimazione è prendere un gol dopo 174 secondi, e prenderlo in quella maniera inerme, come di chi non si rendesse conto con chi aveva a che fare.

E c’è un colpevole su tutti, ed è Massimiliano Allegri. Perché Cardiff era stato un trauma a ciel sereno, un brusco risveglio, ma dopo un sogno di 4 mesi in cui Allegri stesso si era costruito le sue fortune con coraggio e intuizioni tattiche.
Tutto il contrario del 2018: Allegri da 3 mesi sta speculando sull’ovvia superiorità tecnica della Juventus, abbassando sempre di più l’asticella del gioco, una sorta di gioco al massacro dal titolo “Faccio il meno possibile e necessario per vincere”.
Una intollerabile asta al ribasso dell’offerta creativa che aveva raggiunto il suo punto più basso a Londra, dove solo la dabbenaggine difensiva del Tottenham aveva tenuto in vita una Juve inspiegabile.
Wembley doveva suonare come un campanello d’allarme, azionato dalla resilienza della Juventus, ma dove bisognava rendersi conto del grosso pericolo scampato. E invece fu salutato come il trionfo della saggezza, non ultimo dagli addetti ai lavori, troppo abituati a tirare le somme dal risultato per paura di innervosire l’uditorio.

E invece no. La corda del minimo è stata tesa da Allegri al massimo, e adesso si è spezzata.
Finora si è detto, anche a ragione per carità: “Come è possibile discutere un allenatore che ha vinto tre scudetti consecutivi, e forse vincerà il quarto?”.
Vero. Ma la domanda legittima è: tutto qui quello che riesce a dare la Juventus di Allegri, e con tutto quello che ha a disposizione? Campare di rendita sulla superiorità tecnica data dal lavoro della società? Perché da Cardiff la Juventus non è cresciuta di un centimetro, anzi si è rimpicciolita e di molto, e avrebbe dovuto avere una cattiveria dopo la finale persa tale da uscire dall’Europa solo dopo averci lasciato la vita.
Invece questo è tutto quello che ha potuto dare con Allegri. E per carità, è tantissimo in Italia. Ma in Europa non basta, e si badi non tanto per vincere, ma per evitare di uscire impotenti per la seconda volta. E questa Juve ha un livello tale da essere tutto, tranne che impotente.

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