Esistono ancora i Giornalisti che non sono anche tifosi?

Sono stato fortunato. Lo ammetto. Almeno per quel che riguarda la possibilità che ho avuto, da bambino, e in parte anche da adulto, di ammirare giornalisti degni di tale nome, veramente al servizio dei lettori e degli ascoltatori, senza bandiere e senza essere prevenuti contro quella squadra, quel tennista o quello schieramento politico. Altri tempi. Altri giornalisti. E mi riferisco ai vari Paolo Valenti, e ai vari Rino Tommasi, quest’ultimo da me personalmente conosciuto, in un prestigioso salotto, quello di un altro mostro sacro del giornalismo: Ubaldo Scanagatta, con il quale ho anche collaborato, che menziono solo a titolo esemplificativo e non di certo esaustivo. Perché la lista, almeno per quel che concerne i giornalisti del passato veraci e “Umili” servi del lettore, è lunga. Ieri, dopo il mio ritorno presso lo stadio “Adriatico – Cornacchia” per seguire Pescara – Livorno, gara emozionante che ha lasciato un po’ di amaro in bocca ai labronici, mi sono chiesto se esistesse ancora la figura del giornalista non tifoso.

Trovo abbastanza imbarazzante, almeno dal mio personalissimo e modestissimo parere, il pronome “Noi”, spesso usato e, permettetemi, abusato da diversi colleghi, con il quale identificano e si identificano in maniera chiara e palese, con la squadra per la quella fanno, anche sfacciatamente, il tifo, comportandosi, a volte, come supporters e non come cronisti, i quali hanno il dovere di raccontare i fatti con “Scienza e con coscienza”, come diceva un mio immenso Maestro di giornalismo, senza lasciarsi trasportare da entusiasmi che dovrebbero essere di solo pertinenza dei tifosi, veri protagonisti di quel che rito che si svolgeva una volta solo di domenica, ma che oggi, a causa dei vari interessi presenti, viene spezzettato dal venerdì al lunedì, costringendoci ad importare termini anglosassoni come “Friday Night” e “Monday night”, per designare gli eventi sportivi che si svolgono rispettivamente di venerdì e di lunedì sera. In un Mondo sempre più globalizzato non ci sarebbe niente di male, se non fosse per il senso di nostalgia che tutto questo pervade la mia anima, e per certi colleghi che, in certi casi, scivolano verso binari che non fanno onore né a loro e né alla categoria che rappresentano, soprattutto, poi, quando si arriva a toccare questioni di campanile, in un contesto sociale e morale già abbastanza difficile di suo. Concludo dicendo che non mi rimane che auspicare un universo giornalistico dove i giornalisti scevri dalla eccessiva passione sportiva, che va assolutamente separata dalla propria professione, oramai rari come i Panda, vengano maggiormente tutelati e incentivati nel continuare la loro opera fondamentale a mantenere un sempre più complesso status quo informativo.

 

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